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Il 23 gennaio 1921 il Consiglio Comunale, udita la preoccupante relazione del presidente del consiglio di amministrazione delle Aziende Autonome del Gas e dell'Elettricità, deliberò di formare una Commissione di Inchiesta allo scopo di indagare e riferire nel termine di un mese sulla situazione finanziaria e amministrativa per proporre i provvedimenti atti a sanarne il bilancio.
Durante il successivo Consiglio Comunale del 19 febbraio 1921, alla notizia che il deficit stimato era addirittura di un milione di lire, si decise di ampliare il mandato chiedendo di estendere le indagini anche in materia tecnica, in modo di rilevare le eventuali deficienze sia nel personale che negli impianti e proporne i rimedi.
La commissione di inchiesta vide impegnati oltre a membri del consiglio di amministrazione anche due tecnici esterni, scelti nelle persone del ragioniere Bosco Luigi per la parte economica finanziaria e del geometra ed elettrotecnico Bollino Alberto per quella tecnica. La Commissione, suddivise le diverse mansioni, iniziò immediatamente i lavori che però si dilungarono a causa della necessità di attendere le risultanze dei consuntivi 1920 e della difficoltà di reperire vari documenti che ripetutamente richiesti non venivano forniti.
La relazione conclusiva
venne ultimata il 7 maggio 1921 e fu presentata al Consiglio Comunale il 21 giugno 1921 dal presidente della commissione amministratrice delle due aziende, geometra Ferrero Felice. La relazione venne consegnata ai consiglieri per essere esaminata e la discussione fu rinviata ad una successiva seduta.
Il documento analizzava diversi aspetti amministrativi e tecnici, senza risparmiare le critiche alle precedenti amministrazioni e alle ingerenze politiche nella gestione dell’azienda.
Una delle anomalie riscontrate riguardava appunto l’autonomia politica dell’Azienda ed i poteri eccessivi nella sua gestione detenuti dal Consiglio Comunale rispetto alla Consiglio di Amministrazione, tali da nuocere in alcuni casi al buon andamento del servizio riducendo i meriti e attenuando la responsabilità del Direttore e della Commissione, causando attriti, tentennamenti ed incertezze al regolare andamento amministrativo ed economico dell'azienda ed al pronto disbrigo degli affari. L’ingerenza della politica comunale si era manifestata anche nella scelta e nella gestione del personale, sottraendo questo compito alla Commissione, a cui spettava secondo il regolamento generale.
Analizzando l’aspetto finanziario, l’Azienda Comunale del Gas e Elettricità, pur costituendo di fatto una unica azienda, era gestita con bilanci e conti separati. Gli statuti societari prevedevano che gli utili netti dell’Azienda fossero devoluti alle casse comunali, mentre in caso di perdita si sarebbe dovuto provvedere con appositi stanziamenti nella parte straordinaria del Bilancio comunale.
Orbene, ad onta di una disposizione così chiara ed esplicita, il Consiglio Comunale, mentre fu sollecito a stanziare nel suo bilancio 1919 la somma di L. 170.000 quale sua quota di utili apparenti dai conti dell'Officina elettrica (e peraltro riconosciuti in seguito fittizi) non si curò affatto di stanziare nella parte passiva dei suoi bilanci le seguenti perdite (purtroppo reali) risultanti dai conti dell'Officina gas: Esercizio 1915 - Perdite L. 52.192,84; Esercizio 1916 - Perdite L. 189.290,15; Esercizio 1917 - Perdite L. 23.649,29; Esercizio 1918 - Perdite L. 218.537,24; Esercizio 1919 - Perdite L. 53.820,63; Esercizio 1920 - Perdite L. 216.514,39.
Così, in totale, le perdite di L. 754.004,52 continuarono a pesare sui bilanci dell'Azienda Gas-Elettricità, anziché passare nei bilanci del Comune. Se almeno si fosse fatta 1a compensazione fra le perdite della Officina Gas in L. 754.004,02 e gli utili presunti della Officina elettrica in L. 272.781,66 sarebbe risultata la perdita netta dell'Azienda unica gas-elettricità di L. 481.222,86 da scaricarsi sul passivo dei Bilanci comunali, evitando il pericolo di una tassazione da parte della Agenzia delle Imposte per una somma rilevante di profitti non solo inesistenti ma tre volte coperti ed assorbiti dalle perdite. Peraltro anche gli utili dell’Officina elettrica non erano corretti, in quanto dal bilancio non risultava dedotta alcuna quota di ammortamento per il periodo corso dal 1910 al 1918.
La situazione finanziaria era ancora più grave in quanto nel bilancio erano stati considerati introiti per una somma di L. 218.537,24 insistentemente richiesta al Ministero Armi e Munizioni, ma da questo negata, a titolo di reintegrazione delle perdite verificatesi nell'esercizio 1918 quando causa la guerra l'Officina gas era stata requisita e gestita dal Governo.
I residui passivi del bilancio, ossia i debiti dell'Azienda al 31 dicembre 1920, ammontavano a L. 1.903.134,32 dei quali L. 1.141.556,39 a carico dell'Usina gas e L. 761.577,93 a carico dell'Officina elettrica. A controbilanciare i debiti anzidetti, erano a bilancio un complesso di residui attivi o di crediti per un importo di L. 1.251.237,75 così ripartiti dei quali L. 1.045.726,97 per l'Usina gas e L. 205.510,79 per l’Officina Elettrica.
Sommando al passivo netto risultante di L. 651.896,56 le perdite dell'Azienda addebitate al Comune pari a lire 503.283,04 si otteneva un totale di eccedenza passiva di L. 1.155.179,60.
A questa già funesta situazione finanziaria occorreva aggiungere i crediti contestati dalla ditta dell'ing. Armandi per i lavori eseguiti, le svalutazioni sui crediti dell'Azienda verso privati, i mutui passivi contratti per sopperire agli impellenti bisogni della Azienda per la complessiva somma di L. 900.000 circa.
Entrata così a gonfie vele nel mare infido dei debiti di ogni specie, l'Azienda, invece di trovare un farmaco salutare per le sue piaghe finanziarie, destinando i debiti a spese economicamente produttive, dovette all'incontro sentirsi sempre più sospinta dalle incalzanti richieste dei suoi molesti creditori, dalla sproporzione tra le rendite e le spese e dalle crescenti esigenze del personale e del servizio, a contrarre nuovi debiti, erogandoli solo in parte alla copertura di quelli antichi.
Le cause del dissesto furono molte e complesse: le une di carattere generale e amministrativo, le altre di natura prevalentemente finanziaria, in parte occulte, ma in parte palesi e di una evidenza palmare.
Una prima causa riguardava la già citata gestione politica del personale dell’Azienda effettuata dal precedente Consiglio Comunale. Colla assunzione da parte del Comune dell'Azienda Elettrica, era evidente che quella del gas dovesse per necessità di cose diminuire di potenzialità specialmente per la trasformazione della illuminazione pubblica e privata a gas in quella elettrica; ebbene dal 1910 a tutto il 1920 non si pensò mai alla riduzione del personale dell'Azienda Gas, anzi ne venne assunto del nuovo creando nuovi posti, con nuove attribuzioni che vennero a gravare sul Bilancio. Dalle numerose deposizioni raccolte dalla commissione di inchiesta emerse che nella formazione del nuovo organico vennero fra l’altro create le due cariche di Capo Tecnico e di Cassiere, occupate in seguito da due Membri della Commissione preposta per l'esame del Regolamento speciale. Di qui l'irritazione di chi aveva motivi e titoli per sperare l'occupazione di dette cariche. Oltre a questo fatto fu lamentata in generale la poca capacità tecnica del nuovo Capo Tecnico, il quale era costretto a ricorrere continuamente per ogni piccolo lavoro a personale estraneo all'Azienda. Furono lamentate le inosservanze dell'orario di lavoro da parte di alcuni impiegati (in particolare del contabile e del cassiere) e fu pure accertato che tranne il direttore ed un impiegato nessun altro dipendente possedeva i titoli di studio idonei.
Da rilevare inoltre la mancanza di un regolamento interno relativo alle attribuzioni di ciascun impiegato ed operaio e dei singoli servizi, togliendo così al Direttore una parte della sua autorità e sottraendo il personale alla disciplina, rendendo così assai difficile l'accertamento delle singole responsabilità. Certo è che, con tutto il personale tecnico dell'Azienda, non solo si sono abbandonati all'industria privata gran parte dei lavori inerenti agli impianti e alle riparazioni presso gli utenti, ma si sono ancora affidati alla industria privata lavori i quali potevano e dovevano essere più utilmente eseguiti dal personale dell'Azienda, col conseguente aumento ingiustificato di spese unito alla diminuzione di garanzia del controllo degli apparecchi, dei contatori e dei consumi.
Non c’è quindi da stupirsi che le cose non andassero perfettamente bene e non deve fare meraviglia che nell'Azienda elettrica si fossero riscontrate tante manchevolezze e negligenze.
Un altro fatto grave era la constatazione che nessuno si fosse mai preoccupato della dispersione enorme di energia di cui da tempo si conoscevano le cifre: il furto di energia elettrica in misura più o meno notevole ai danni della Azienda Comunale era diventato una cosa generale e impunita.
Che dire poi delle numerose dichiarazioni di utenti che sorpresi con un impianto molto diverso da quello fissato per contratto, dichiararono a loro giustificazione di avere da vari anni avvertita la direzione dell'Azienda che il limitatore che doveva regolare il loro consumo di energia aveva cessato di funzionare e che questa mai aveva provveduto a regolarizzare il consumo che diventava così completamente giustificato? E dei contatori fermi, denunciati e non sostituiti per cui qualche utente ha consumato per parecchio tempo energia, non pagando che il solo nolo del contatore?
Vennero riscontrate anche anomalie nella gestione dei materiali e delle materie prime. Il magazzino di combustibili consisteva in semplici tettoie nel cortile aperte a tutti; i vagoni di carbone ed altri materiali in arrivo non erano sistematicamente verificati e pesati in Azienda; dai registri risultavano arrivare nella stazione di Asti a nome dell'Azienda Comunale vagoni di materiali della vetreria; nei libri mastri dell'Azienda risultavano prestiti e restituzioni di combustibili fra l'Azienda e l'Ospedale Infermi, mentre nel carbone questi movimenti non erano menzionati; vennero riscontrate anomalie nelle quantità di carbone prelevato dal magazzino e passato all'Officina gas, rilevando una eccedenza di materiale in magazzino rispetto ai documenti contabili.
Certo è che con tutto il personale disponibile, esonerato dal servizio militare ed esaudito in tutte le sue giuste domande di aumento dei salari e degli stipendi, la trascuratezza del servizio di manutenzione e di controllo giunsero a tal segno da permettere le seguenti enormi dispersioni di gas e di energia elettrica dal 1915 a tutto il 1920: dispersioni di gas mc 1.019.740; dispersioni di forza elettrica kWO 1.797.323.
Lo stabilimento dell'Officina del Gas di Asti si trova in non troppo buone condizioni di manutenzione; il periodo di guerra e l'esercizio di essa da parte del Governo ha portato le condizioni degli impianti e del macchinario in uno stato tale da richiedere radicali riforme.
Come già sopra si è osservato il dissesto maggiore ha colpito l'Officina Gas, né, dato il sistema onde fu amministrata, poteva altrimenti accadere.
Premesso infatti che dal 1910 a tutto il 1914 l'Officina del Gas diede annualmente, pur funzionando parallelamente e in concorrenza con l'Officina Elettrica, un utile netto complessivo di L. 74.154,40, nel sessennio successivo accumulò una perdita complessiva di L. 754.004,52, aumentando le spese per materiali del 460% e quelle del personale del 340%. Questo aumento fu tanto più impressionante se si considera che nel periodo dal 1914 al 1920 la cifra del gas prodotto discese da mc 1.541.990 a soli mc 636.666 ovvero a meno della metà.
Una causa di questo dissesto fu l’aumento del prezzo del carbon fossile per la distillazione del gas, che nel periodo 1914-1920 salì nientemeno che da L. 35,72 a L. 760 la tonnellata, segnando il vertiginoso aumento del 2150 %, mentre il costo medio del gas prodotto si spinse dal minimo di L. 0,1492 al massimo di L. 1,6901 il mc. con un aumento del 1130 % circa. Prezzi medi, come si vede, insufficienti a coprire gli aumenti maggiori seguiti nei prezzi di costo.
In condizioni assai migliori di quella del gas, si presentava l'Officina elettrica. Sorta in un momento di forte concorrenza con la Società privata Astese, pur di effettuare celermente l'impianto della sua rete di distribuzione dell'energia, non si curò dei criteri tecnici richiesti dal probabile sviluppo che avrebbe potuto in seguito acquistare. Gli impianti eseguiti in fretta e furia dovettero ben presto essere sostituiti, modificati ed ampliati con pregiudizio delle finanze dell'Azienda stessa. Vennero sostituite e create nuove reti primarie, ampliate ed erette nuove cabine di trasformazione per collegare i vari centri di consumo della Città. Negli ultimi anni le linee primarie vennero costruite in parte con fili aerei ed in parte in cavo sotterraneo incontrando una spesa di oltre 100mila lire. Venne ampliata la rete dell'illuminazione pubblica incontrando pure una spesa superiore alle lire 24.000. Vennero costruite anche nuove linee ad alta e bassa tensione, per erogazione di energia elettrica ad uso di illuminazione e di forza motrice per i privati utenti, incontrando una spesa di oltre lire 60.000, come pure vennero acquistati macchinari per un importo di oltre 200 mila lire.
Tali lavori non erano però da ritenersi sufficienti e l'Azienda si trovava nella necessità di sobbarcarsi maggiori spese perché in dipendenza dei bisogni riscontrati si rendeva necessario l'aumento delle sezioni delle condutture delle derivazioni per alcune vie della Città, ed era indispensabile sistemare alcune cabine e costruirne delle nuove. Oltre a ciò, per eseguire l'accensione simultanea delle lampade pubbliche, era necessaria un'ingente spesa di impianto per la linea di collegamento (spesa quest'ultima che avrebbe però consentito un risparmio notevole di personale accenditore).
Il Comune aveva pensato anche alle frazioni limitrofe, impegnandosi a fornire impianti elettrici non corrispondenti però al rendimento richiesto in confronto della spesa sostenuta. Vennero quindi assegnati all'impresa dell’ing. Armandi tre lotti riguardanti il primo le regioni di Valmanera e Valgera; il secondo le località Santo Spirito, Bricco Fassio, San Lazzaro, Casa dei Coppi, Ponte Tanaro e Mora Nera; il terzo le località San Carlo, Vallarone e Borgomale. La Commissione di Inchiesta rilevò irregolarità nell’assegnazione di questi lavori, in quanto per alcuni non venne neanche stipulato un regolare contratto limitandosi ad una lettera di ordinazione inviata dal Sindaco. Altri lavori vennero assegnati senza compilare un apposito capitolato d’oneri e anche i prezzi non furono stabiliti con chiarezza. Mancava anche una valutazione economica sulla redditività degli impianti.
Un ulteriore aspetto negativo era costituito dalla presenza di numerosi contratti di fornitura a forfait non redditizi. Motivati da ragioni di concorrenza, secondo alcuni non sufficientemente giustificata né sotto l'aspetto morale né sotto quello economico, i contratti a forfait nel periodo dal 1910 al 1919 per il servizio della illuminazione e della forza motrice ad uso dei privati, vennero stipulati a prezzi mitissimi e talora irrisori, con l'aggravio ancora delle spese di impianto a carico della Officina elettrica.
Nè questo bastò; poiché la soverchia durata dei contratti, impegnativi per ben 9 anni, si dimostrò oltremodo dannosa all'Officina per il continuo aumento dei prezzi, specie nel periodo bellico. Inoltre, la mancanza di un servizio di controllo bene organizzato, congiunto alla trascuratezza del servizio di manutenzione, permise e favorì una serie di furti e di dispersioni di energia sempre crescenti, le quali, nel periodo corso dal 1910 al 1920, si elevarono da un minimo annuo di 27.757 kWO ad un massimo di 835.657 kWO, con lo sbalorditivo aumento del 300% raggiungendo in totale per il periodo anzidetto la impressionante cifra di 1.797.323 kWO e, ciò che maggiormente impensierisce, senza alcun accenno a diminuire, essendosi constatato che alle dispersioni del gennaio 1920 in 98.768 KWO corrispose nel mese stesso dell'anno in corso un complesso di furti e dispersioni di L. 184.413 con un aumento del doppio all'incirca.
La mancanza adunque di un solerte e coscienzioso controllo, appaiata alla trascuranza del servizio di manutenzione, costituirono due cause di notevole importanza nella determinazione delle perdite e dei danni sofferti dell'Officina Elettrica, concorrendo a creare la disastrosa situazione e le preoccupazioni della comunale rappresentanza.
Di fronte ai risultati finanziari dei vari esercizi, chiusi sempre con un disavanzo di amministrazione, di fronte alle pressioni sempre più forti dei creditori, alle ristrettezze dei fondi di cassa e alla spada di Damocle delle cambiali, è per lo meno strano assai che Direzione e Commissione Amministrativa non abbiano, nello spazio di tanti anni, mai sentito imperioso il dovere di affrontare la vera situazione economica e finanziaria.
Invece vennero omessi per ben 9 anni consecutivi il decurtamento della ragguardevole quota di ammortamento delle spese di impianto, lasciando supporre allo stesso Municipio la reale esistenza di un profitto precisamente là dove più ragionevolmente avrebbe dovuto figurare una perdita effettiva. Vennero iscritti a bilancio in luogo dei disavanzi di amministrazione realmente accertati degli utili da ripartire implicitamente fittizi.
Venne svolta buona parte della attività finanziaria nel sospendere o procrastinare per mancanza di fondi i pagamenti dei debiti scaduti e del caro viveri spettanti al personale, impegnandosi o lasciandosi impegnare in forti spese di impianti senza progetti, senza contratti, senza capitolati e senza i mezzi necessari a fronteggiarle, senza esperimentare l'asta pubblica o una qualunque gara tra fornitori.
Vennero sistematicamente contratti, anche fuori bilancio, debiti nuovi e maggiori per estinguere quelli più antichi o non rinnovabili, assumendo ragguardevoli impegni, senza alcun piano d'ammortamento della spesa relativa, e prima di averne ottenuta l'approvazione prescritta, impigliandosi insomma in un ginepraio di debiti, di sollecitazioni e di minacce, risolventesi alla fine nella perdita di quegli abbuoni e quegli sconti non trascurabili che facilmente un'amministrazione seria e corretta nel far fronte agli impegni assunti può ottenere dai suoi fornitori.
Date le deplorevoli condizioni dell'Azienda riassunte più sopra; dato il sempre crescente disavanzo; dato il vizio organico insanabile di un'Azienda che anche nel dopoguerra non era riuscita a cambiare rotta, con un personale esuberante ed inamovibile continuamente in contrasto per questioni interne e personali, e di cui in altra parte vennero rilevate le manchevolezze, e considerato inoltre l'aumento avvenuto nel prezzo degli stabili e in quello dei materiali di impianto, indipendentemente dall'azione poco avveduta dell'amministrazione cessata; data la grande ricerca d'impiego di capitali privati, tanto che lo stesso direttore ebbe a dichiarare che dalla vendita delle due officine si potrebbero facilmente ricavare dai 4 ai 5 milioni, la commissione di indagine fu indotta a ritenere che il provvedimento più utile e più opportuno per il Municipio di Asti era precisamente quello della revoca e della liquidazione dell'Azienda Gas e Elettricità.
Quindi il ritorno alla soluzione liberista, che voleva affidati all'iniziativa privata tutti i servizi nei quali non si potesse fare a meno della gestione governativa ormai completamente sfatata, specie durante la guerra, dai disastrosi risultati delle svariate Commissioni incaricate dei pubblici servizi.
Il sindaco avv. Benedetto Viale, conscio che il primo e principale difetto dell’Azienda era quello che nel suo funzionamento anziché prevalere il concetto economico prevaleva quello politico che mira più all’apparenza che alla realtà, riteneva necessario sfrondare le aziende da tale ingerenza. Nella riunione del Consiglio Comunale 15 luglio 1921 illustrò un progetto di trasformazione dell’Azienda in società anonima cooperativa, presentando alcuni modelli di statuto. Tale progetto era facilitato dal concorso benemerito della Cassa di Risparmio di Asti che si dichiarò disposta a finanziare una costituenda società anonima cooperativa fra consumatori, a cui avrebbe preso parte il Comune con il suo capitale di impianto e nuovi azionisti con fresco capitale per la gestione dell’esercizio di impianto e le migliorie tecniche. Ai soci azionisti sarebbe stato corrisposto un annuo interesse sull’importo delle azioni.
Nei successivi Consigli Comunali 19 e 20 agosto 1921 venne discussa la relazione preparata dalla Commissione di Inchiesta. Il consigliere Dosi rilevò che la Commissione aveva esaminato a fondo la situazione, senza però indicare i rimedi, limitandosi a proporre la soluzione semplicista della vendita delle Aziende con l’effetto di svalorizzarle sul mercato e di porre in difficoltà il Comune.
Il consigliere Giacchero chiese di provvedere a presentare l’inventario patrimoniale, onde poter conoscere il valore reale delle aziende in confronto al loro reddito e avvalersi di questi dati per future trattative. Con riferimento alla proposta di municipalizzazione avanzata dal consigliere Baracco, dichiarò che pur non essendone a priori contrario, riteneva impossibile con questa soluzione avviare le aziende su una via migliore.
A conclusione di prolungate discussioni, il Consiglio Comunale deliberò di dare mandato alla giunta di allestire un progetto di sistemazione delle aziende stesse, ispirato possibilmente al criterio della costituzione di una società di consumatori di gas e elettricità, presentando al consiglio un progetto concreto accompagnato da una regolare perizia del patrimonio aziendale.
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